Nel corso degli ultimi anni si è assistito ad un radicale cambiamento nel rapporto banca – impresa. Ciò in parte per effetto della crisi economica e finanziaria, ed in parte a causa di un mutamento sostanziale nelle regole che disciplinano il processo di affidamento a cui gli istituti di credito debbono sottostare. Con l’introduzione delle regole di Basilea 2 (2008), le banche hanno dovuto sopportare accantonamenti a conto economico e a capitale in misura molto più sensibile al rischio dell’affidato (ad esempio un’impresa) rispetto a quanto accadeva con la precedente disciplina (Basilea 1: 1988). In un contesto di forte incertezza e di rischio elevato, tutto ciò ha prodotto due effetti importanti:
-una contrazione del credito;
– un aumento nel costo del credito (soprattutto per le imprese più rischiose).
Con riferimento al secondo punto, c’è da notare che pur vivendo un periodo di tassi di mercato eccezionalmente bassi (per effetto di una politica monetaria espansiva della BCE), molte imprese hanno visto incrementare sensibilmente il costo degli affidamenti. Questo è avvenuto a causa dell’aumento dello spread che la banca normalmente applica sui finanziamenti. Lo spread sul credito rappresenta una parte del costo del finanziamento che si somma ad un tasso di mercato interbancario (euribor). Mentre l’euribor risente di fattori tipicamente macroeconomici (politica monetaria, rischio sistemico, grado di fiducia e di liquidità esistente sull’interbancario), lo spread dipende, invece, da elementi microeconomici, ed in particolare dal rischio specifico dell’impresa affidata.
Con l’avvento dei sistemi IRB (Internal Rating Basad), adottati dai grandi Istituti di Credito, gli oneri che la banca deve sopportare e quindi la detrerminazione dello spread, dipendono da cinque importanti fattori:
rischio del soggetto affidato
garanzie sul finanziamento
orizzonte temporale del finanziamento
esposizione attesa al momento dell’insolvenza
dimensione dell’impresa affidata
A parità di ogni altra condizione, peggiore è il rating attribuito dalla banca all’impresa affidata e maggiore sarà lo spread applicato. Questo perché il maggior rischio, espresso in termini di PD (probability of default), costringe l’Istituto a maggiori accantonamenti a conto economico (perdite attese) e a capitale (perdite inattese).
In generale, le garanzie offerte sui finanziamenti possono essere utili all’impresa, in quanto contribuiscono a ridurre lo spread. Deve trattarsi, tuttavia, di collaterali con un forte grado di liquidabilità e di facile escussione, altrimenti i modelli non sono in grado di riconoscere alle stesse un’adeguata capacità mitigatoria.
Anche l’orizzonte temporale sui finanziamenti riveste un ruolo importante, perché al crescere della scadenza dei prestiti aumenta il rischio sugli stessi. Anche per questa ragione le banche sono oggi meno propense a finanziare le aziende nel lungo periodo, prediligendo piuttosto finanziamenti di breve durata, che consentono loro di beneficare di un risparmio in termini di assorbimento patrimoniale.
L’esposizione attesa al momento del default, è la grandezza stock sulla quale viene determinato l’accantonamento. Essa non rappresenta il prestito utilizzato bensì “l’atteso utilizzato” nell’ipotesi di default. Ovviamente si tratta di una stima, la quale, tuttavia, dipende molto dall’entità dell’intero prestito accordato (anche se non utilizzato appieno). Ecco perché accordati eccedenti le reali esigenze gestionali possono generare per l’impresa dei costi eccessivi, nonché evitabili.
Infine la dimensione aziendale riveste un ruolo rilevante. Questo per diverse ragioni: sia per questioni di carattere tecnico, relative agli algoritmi di calcolo degli assorbimenti patrimoniali, sia per il peso che viene attribuito nel processo di analisi del rischio alle diverse aree di indagine. Ad esempio, i sistemi di rating adottati dalle grandi banche per analizzare le imprese “small”, attribuiscono un peso maggiore all’analisi andamentale (anomalie in centrale rischi, analisi dei protesti e pregiudizievoli, percentuali di insoluti su crediti ecc.) rispetto all’analisi quantitativa (analisi dei bilanci aziendali). Per le imprese “corporate”, vale invece il contrario, e questo perché le aziende “corporate” sono tipicamente più strutturate e dotate di una contabilità più organizzata e chiara.
Va detto, tuttavia, che non tutte le banche applicano le regole di Basilea alla stessa maniera. Gli istituti di credito di dimensioni più contenute (vedi banche di credito cooperativo, banche popolari, casse di risparmio indipendenti, ecc.) per la quantificazione degli accantonamenti prudenziali, adottano un approccio semplificato definito “Standard Approach”, molto diverso rispetto all’IRB. Essendo un approccio più semplice, rende gli accantonamenti meno sensibili al rischio specifico del soggetto affidato. Questo inevitabilmente si riverbera sui prezzi e sulle condizioni in generale offerte sui finanziamenti alle imprese. Ecco perché per le imprese, in molti casi, può risultare economicamente più conveniente finanziarsi con un piccolo istituto. Il tema è tuttavia delicato in quanto per le banche in questione ad oggi manca di fatto un vero sistema di pricing e ciò le espone a dei rischi non trascurabili in caso di perdite sui finanziamenti, data la probabile incapacità di poterli assorbire adeguatamente attraverso i margini realizzati sugli impieghi. E’ immaginabile, pertanto, che nel corso dei prossimi anni anche i piccoli istituti tenderanno ad adeguarsi alle logiche di pricing dei grandi gruppi bancari.
A gennaio 2014 le banche italiane hanno iniziato ad applicare le Nuove Regole sul Capitale, note come Basilea 3. Si tratta in realtà di un processo graduale che si completerà nel 2019. I nuovi requisiti mirano principalmente ad incrementare ulteriormente le dotazioni patrimoniali delle banche (a favore soprattutto dei patrimoni di qualità primaria) ed il loro grado di liquidità verso il sistema. L’obiettivo è quello di fare in modo che gli istituti siano autonomamente in grado di far fronte agli shock di mercato senza dover genare ripercussioni negative sul sistema. Questo ovviamente obbligherà le banche a trattenere più utili a patrimonio e a impiegare capitale in maniera meno rischiosa. E’ immaginabile che il nuovo impianto produrrà degli ulteriori costi diretti ed indiretti, che presumibilmente impatteranno soprattutto sui bilanci delle imprese con maggiori disequilibri economici, finanziari e patrimoniali. Ecco perché, per le imprese, una attenta attività di autodiagnosi, diventa un processo ormai imprescindibile. Ci attendono anni di profondi cambiamenti nel mondo bancario e soprattutto, ancora una volta, nel rapporto banca – impresa.


